mercoledì 21 settembre 2016

VITA DA COMPOUND

Dicesi compound un agglomerato di palazzi, enorme condominio di solito recintato e sorvegliato da guardie, nei quali vive la stragrande maggioranza degli stranieri in Cina.

Il compound, ovvero quella comunità abitativa che in Cina è composta da qualche decina (almeno) di palazzi alti in media trenta piani, circondati da mura e con guardie all'ingresso. Detta così sembra che la Cina urbana sia uno dei posti più pericolosi dove vivere… niente di più sbagliato! La sensazione diffusa di sicurezza è molto forte, si può andare in giro tranquillamente anche la sera senza che nessuno ti disturbi minimamente, figuriamoci la criminalità! Eppure a Suzhou (come anche nelle altre città) quasi tutti i compound, compresi quelli che noi stranieri chiamiamo “compound cinesi” (ovvero complessi popolari abitati esclusivamente da gente del posto) sono circondati da mura.

Il compound è un piccolo universo in miniatura: all'interno sorgono negozietti di alimentari, il barbiere, magari anche un asilo o il parco giochi. Il compound diventa, per noi italiani abituati a realtà molto più piccole, il sostituto del paese: vai a farti “le vasche” dove ci sono i negozietti e sicuramente incontrerai qualcuno con cui fare una chiacchieratina.

Nei compound più esclusivi c'è anche la piscina e la palestra (a disposizione dei residenti) e in altri, pagando una quota annuale, si può partecipare alle attività della “club house”, tra le quali, addirittura, la possibilità di fare colazione ogni mattina negli edifici comuni, stile buffet in albergo (Giuro! Voi ci andreste ogni mattina a fare colazione coi vostri vicini?).

Potrei vivere per mesi all'interno del compound senza aver bisogno di nulla: il negozio di alimentari e quello della frutta portano senza problemi la spesa a casa (e puoi anche ordinarla al telefono, ammesso che tu sappia parlare il cinese), posso svagarmi con manicure, pedicure e massaggi o andare a mangiare in uno dei ristoranti. Sotto casa  (ma dico, proprio sotto casa!) hanno aperto da qualche anno un ristorante italiano: siamo talmente abitué che i camerieri conoscono i nostri figli per nome. Inoltre gli scuolabus portano i figli alla fermata ai piedi del building, gli amici sono quasi tutti vicini di casa, i parchi giochi da poter frequentare sono tanti, a distanza di cinque minuti a piedi l'uno dall'altro.

Il compound svolge talmente bene la sua funzione di comunità urbana che il rischio, soprattutto per noi expat che spesso non abbiamo a disposizione un'automobile, è quello di fare la fatidica “vita da compound” senza quasi mai mettere il naso fuori dai suoi confini. Eppure, in città, i posti da esplorare sono davvero tanti e stare sempre rinchiusi nella gabbia dorata non è per niente cosa buona e giusta, perché ti precludi di vivere almeno un poco la vera realtà del posto dove vivi, che non è sicuro solo quella del condominio! Assaporare l'atmosfera caotica di Downtown o visitare uno degli splendidi giardini tradizionali (uno dei vanti di Suzhou), osare un giro in risciò o un pasto sulle bancarelle in strada, fare un giro in barca nei canali di Shang Tang Jie, prendere un treno superveloce e catapultarsi nella caotica, modernissima e splendida Shanghai sono tutte esperienze che, almeno una volta, vanno fatte! 

E poi conoscere negozi e negozietti nuovi, magari quelli frequentati solo dai locali, dove ti devi far capire a gesti e devi per forza trattare sul prezzo. I trasporti a Suzhou funzionano davvero benissimo e i taxi non sono cari: davvero, a parte la pigrizia, non c'è nessun ostacolo per chi vuol girare un poco. Gli unici paletti sono quelli interiori (e parlo per esperienza), che ti fanno trovare mille scuse: oggi piove/c'è nebbia/inquinamento/troppo sole/ho sonno/il bimbo è nervoso/stanco/non ho tempo (questa è davvero la migliore di tutte!). E così dopo anni di Cina ti ritrovi a ritornare in patria con la tua valigia di vestiti forse piena, ma quella di esperienze clamorosamente vuota. Ed è davvero un peccato.
Voi che tipi siete? Avventurosi, sedentari o timorosi? Condividete il vostro modo di vivere l'espatrio e scrivetelo nei commenti!


martedì 26 luglio 2016

LA FAMIGLIA DIVISA

Le vacanze dell’espatriata “cinese” sono quasi sempre vacanze da mamma single: i padri accompagnano, restano per qualche settimana e poi tornano in Cina, al lavoro. 

famiglia divisa


E’ quasi un mese che siamo in Italia da soli: il Papi Viaggiante si è trattenuto appena una decina di giorni, in giugno, e poi è tornato a Suzhou, mentre noi siamo rimasti a trascorrere il resto delle nostre ferie in madrepatria.

Ogni anno mi pento di aver deciso di restare così a lungo da sola con loro: gestire i figli in autonomia è davvero faticoso (soprattutto ora che sono tre!): la routine pesa interamente su una persona sola, i risvegli notturni, le incombenze della casa. Per non parlare poi di quando stanno male!

Ogni estate mi torna in mente il periodo nel quale siamo rimasti soli in Italia, mentre il Papi sondava il terreno in terra d’Oriente: sei mesi che ricordo durissimi, nei quali sono quasi impazzita gestendo da sola casa, figli e trasferimento. 


Narra Astrid, una delle protagoniste del mio libro:

“Non era stato per niente facile vivere da soli per sei mesi, mentre Stefano era già in Cina a sondare il terreno. Astrid si era sentita andare alla deriva, come mamma, come moglie e perfino come persona: con i bambini era diventata sempre più nervosa, aveva iniziato ad urlare per farsi ascoltare e perfino a tirare sberle. Si era sentita impotente, completamente in balìa dei suoi due figli entrambi piccoli e bisognosi di cure costanti. Una settimana ogni quattro Stefano tornava a casa e si aspettava di trovare la famiglia felice della pubblicità: invece lo accoglievano una moglie isterica, abbruttita dalla stanchezza, e due figli ingestibili. Astrid aveva la sensazione che lui le riversasse addosso tutte le colpe, mentre lei iniziava a covare rancore per la sua assenza. E così Stefano se ne andava ogni volta più frustrato e Astrid lo salutava ogni volta più arrabbiata.
Non si capivano più: vedersi qualche giorno al mese non poteva bastare a condividere, spiegarsi, risolvere i problemi e gioire dei piaceri.”

e credo che questo passaggio sia uno dei più autobiografici!

Stare per settimane senza il papà vuol dire abituarsi alla sua assenza. Vuol dire crearsi dei ritmi e delle routine che non prevedono il suo intervento, vuol dire adeguarsi alla solitudine fino a farla diventare parte integrante della giornata. I figli sentono terribilmente la sua mancanza oppure, per opposto, si abituano così bene al suo non esserci che quando ritorna lo trattano come un estraneo.

Le telefonate su skype sono un mero palliativo. Almeno, a me non sono mai piaciute. Ricordo i miei bimbi che si nascondevano sotto il tavolo mentre il padre ci restava malissimo… perché lo facevano? Boh questo me lo dovrebbe forse dire uno psicologo, so solo che per noi non è mai stato un piacere. 

E se questo vale per le difficoltà, vale anche per i momenti belli: assaporo un caffè nell’arietta del mio portico, ma lui non c’è. Andiamo in vacanza qualche giorno e ci godiamo i monti, ma lui non c’è. La nostra famiglia zoppica, vive le gioie a metà perché il papà non è con noi.

Eppure molte famiglie scelgono di stare divise, molte mogli decidono di lasciare che il marito parta da solo. E non parlo di vacanze o soluzioni temporanee, parlo di situazioni definitive. Rispetto le scelte di tutti (nessuno può sapere i meccanismi interni di una famiglia e il perché di certe decisioni) ma sono dell’idea che la decisione della lontananza dev’essere ben ponderata: a mio avviso può causare solo incomprensioni e problemi.

E voi come vivete la distanza? 







venerdì 22 luglio 2016

COSA MI MANCA DELLA CINA? (QUANDO SONO IN ITALIA)

Italia… paese dell’arte, del buon cibo e della bella vita. E poi mare, musica, sole, amici, grigliate in giardino. Eppure… non vi sembrerà vero, ma quando sono nel Belpaese c’è qualcosa della Cina che mi manca!


Le vacanze italiane sono sempre un periodo piacevole nel quale facciamo il pieno di tutte quelle cose che in Cina non abbiamo, dal buon cibo italiano alla compagnia di amici e parenti, passando per le giornate al mare e le feste in giardino. Un idillio. Ma, paradossalmente, se quando sono in Cina mi mancano alcuni aspetti dell’Italia, lo stesso succede quando sono in madrepatria: ci sono alcune cose delle quali ho proprio nostalgia! Ma quali sono?

Al primo posto metterei l’AYI il mitico angelo del focolare di cui parlo qui. La mia ayi è anche soprannominata Wonder Woman: lavora da me mezza giornata e quante cose riesce a fare lei in poche ore manco io in una settimana! All’inizio è stato difficile dare in gestione la casa a questa arzilla signora che viene da una remota provincia del nord, ma adesso mi fido ciecamente di quello che fa (e di come lo fa) e non potrei farne a meno. Ma in Italia… nisba! Devo fare tutto io, o l’alternativa è assumere una colf, una babysitter e un pensionato che mi faccia qualche commissione (e svenarmi completamente). Che pappamolla direte voi noi lo facciamo ogni giorno! Difatti mi chiedo come facevo io quando vivevo in Italia, lavoravo, avevo già due figli e dovevo gestire anche la casa. Probabilmente… di necessità virtù. Ma permettetemi di aver nostalgia di Wonder Woman!

LA SCUOLA Embè? diranno i genitori ma quella in tempo di vacanze manca a tutti! Vero. Ma quella dove vanno i miei figli mi manca ancor di più perché è una scuola a tempo pieno, li vengono a prendere e li riportano sotto casa con lo scuolabus, le attività extrascolastiche le fanno tutte nella struttura dopo l’orario delle lezioni. Ergo: nessun sbattimento. Troppo bello per essere vero.

LA SPESA ONLINE Già vi sento: Ma che, in Cina non fai nemmeno quella? Ammetto i miei peccati: compro quasi tutto online e me lo faccio portare sulla porta di casa. Ma ho una scusante: in Cina non abbiamo l’auto e portare borse di detersivi, lattine e bottiglie in taxi è una seccatura immane. Così ho imparato a smanettare sui siti online e compro tutto (o quasi) sul web.

IL BOCCIONE DELL’ACQUA CALDA Che ci vuole! Scalda un po’ d’acqua nel pentolino, no? No! Non è la stessa cosa che ritrovarsela pronta per un the o un caffè solubile (sì non storcete il muso, in Cina mi sono abituata a bere quello!) oppure liscia, come piace ai cinesi (e a me!). 

I TRASPORTI non mi fraintendete: quando sono in Italia sono felicissima di rimettermi al volante del nostro “torpedone” (come chiamiamo affettuosamente la nostra Fiat) e portare i miei figli dappertutto, ma mi scontro comunque col problema dei posteggi, l’auto calda sotto il sole, eccetera. Qualche volta mi piacerebbe poter usare un autobus o un comodissimo (e conveniente) taxi suzhouese!


E a voi? Cosa vi manca del vostro paese di adozione quando siete in Italia? O cosa vi manca della vostra città mentre siete in vacanza?

lunedì 13 giugno 2016

DEL RINCORRERE I SOGNI (IN ESPATRIO)

Rincorrere i propri sogni… è qualcosa che tutti vorrebbero fare, vero? E invece alle volte è così maledettamente difficile… vi svelo perchè, in un mare di ostacoli veri o presunti, è stato proprio l’espatrio a darmi la spinta giusta.

dream


Non nasciamo spenti. Lo diventiamo a poco a poco, dopo una vita di compromessi, scuse e rinunce. Da bambini, da ragazzi, avevamo gli occhi vivaci e tanti sogni. Che fine fanno poi quei sogni? Vengono sommersi da obblighi, doveri, scelte sbagliate (o peggio non scelte), sacrosanto desiderio di una vita “normale” che ti porta a fare un mutuo e diventare schiavo del tuo lavoro, privato di ogni briciola di tempo libero, e, diciamocela tutta, pure un po’ rassegnato.

Il mio sogno era quello di scrivere, di diventare un giorno una scrittrice. Invece sono diventata ragioniera, questo lo sapete già se mi seguite (amo molto definirmi ex contabile, in quella piccola parola, ex, ci sta un grande significato per me). E il sogno è stato messo da parte. Non è che non ci fosse la possibilità di inseguirlo: ma erano troppi i timori, troppe le paure, il terreno delle scuse era fertile e pronto. E allora facciamola finita: rinunciamo! Ma quel pensiero resta sempre sepolto sotto cumuli di giustificazioni, come se fosse conficcato nel cervello. E fa male.

Poi succede qualcosa. Nel mio caso per fortuna nulla di catastrofico: solo un espatrio. Ma il fatto di essere andata a vivere all’estero, e per giunta in un paese così lontano e diverso come la Cina, è stato un tale scossone che ha ridimensionato la mia vita intera. 

Perché è stato l’espatrio il catalizzatore di questo processo?

Perché vivere all’estero mi ha costretta a scendere a patti con le mie paure, fare esperienze che in patria mi sarei negata. Ho dovuto metterci la faccia, senza scuse, senza ma e senza se. In Italia non l’avrei mai fatto, cullata com’ero nella comoda routine della mia sicurezza. Magari piena di rimpianti, ma sicura e al calduccio. In espatrio le sicurezze sono tutte vacillate, le scuse non esistevano più. Senza contare che mi sono ritrovata anche con un bel po’ di tempo libero. Non mi è rimasto altro che mettermi in gioco.

Racconta Astrid, una delle protagoniste del libro:

“Quando preparava il trasferimento in Cina, diverse volte si era sentita come sull’orlo di un abisso, a dover fare cose completamente nuove e senza aver nessuna sicurezza che tutto sarebbe andato bene. (…) Ma ora si rendeva conto che affrontare tutte quelle novità, assumersi tutti quei rischi l’aveva resa capace di compiere azioni che, fino a pochi mesi prima, avrebbe considerato totalmente estranee al suo modo di essere.”

Ed eccomi qua. Un libro pubblicato! Il sogno di una vita. Certo, il cammino è ancora lungo: non bastano duecento pagine di trama a far di me una scrittrice, non è sufficiente un libro per vivere di scrittura. Ma è un inizio, un puntino messo su quella i che lo attendeva da troppo tempo.

Scrivere il libro è stata la parte meno difficile: l’impegno vero è stata la promozione! Buttarsi a capofitto in un campo per me sconosciuto, cercando di fare del mio meglio per far conoscere il libro senza diventare una fastidiosa e rompiscatole venditrice di aspirapolveri. Se ci sono riuscita ancora non lo so, ma ho già avuto molte soddisfazioni: la prima di tutte l’esser andata dritta dritta incontro alle mie paure, averle sfidate, esserci passata attraverso ed essermi resa conto che non erano poi così tremende come me le figuravo.

Ho ricevuto alcuni no e qualche porta sbattuta in faccia, ma ho trovato anche persone sorridenti e disponibili a saperne qualcosa di più su quest’autrice esordiente e sconosciuta. 

Avevo tanta paura prima di pubblicare il libro: paura che non piacesse (beh questo è successo e succederà ancora, perché per fortuna l’apprezzamento o meno di un romanzo è qualcosa di squisitamente soggettivo), paura di parlarne, paura di farlo conoscere, paura di svelare troppo di me stessa. Pian piano ho affrontato ogni timore e l’ho sconfitto. L’ultimo, forse il più grande, quello di parlare in pubblico: invece le presentazioni fatte finora sono state un momento piacevolissimo di condivisione e scambio e, nonostante l’emozione, posso dire di essermela cavata bene! 

presentazione prezzemolo e cilantro
Eccomi a parlare in pubblico: chi l’avrebbe mai detto che sarei riuscita a farlo con spigliatezza?


La cosa più bella? Sentirmi dire che sono riuscita a mettere nero su bianco le sensazioni delle donne espatriate in Cina, a raccontare le emozioni che prima o poi tutte provano, e a farlo in modo leggero e piacevole. Questi apprezzamenti sono decisamente la mia soddisfazione più grande, mi sento di essere riuscita nel mio intento e sono davvero felice che in molte si siano immedesimate in quello che ho scritto.

Indipendentemente dal risultato che otterrò, questa avventura è già stata per me un successo: prima di tutto una vittoria sulla me stessa sempre poco convinta di se stessa. 
E non avrò più costantemente quella vocina carica di rimpianto che mi sussurra in testa: "Se solo avessi provato a farlo..."

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