venerdì 17 agosto 2018

L'ESILIO: ESSERE DONNA EXPAT IN CINA CENTO ANNI FA

Immaginate la Cina del 1880. Immaginate come doveva essere per uno straniero vivere nelle campagne dello Jiangsu in quei tempi lontani. Niente WeChat, niente grattacieli di acciaio e specchi, niente treni proiettile. Povertà, sporcizia e malattie. E il soprannome di “diavolo bianco” sempre appiccicato addosso.


esiliocina
Photo by Ben White on Unsplash


“L’esilio” è un libro scritto nel 1936 da Pearl S. Buck, la famosa scrittrice americana che magistralmente ha raccontato la Cina nelle sue opere, e narra la storia di sua madre, Carie, che fu missionaria in Cina a cavallo tra il dicianovesimo e ventesimo secolo. Biografia che traccia con realismo le tappe della vita di Carie, il libro è anche un appassionante romanzo.

Carie parte per la Cina seguendo il marito Andrew (il padre della Buck, il cui vero nome era Absalom), un missionario totalmente immerso nel suo proselitismo, al quale si lega nella speranza che un giorno Dio le dia un segno, parlando alla sua anima. Questo segno da parte di Dio non arriverà mai, arriveranno anzi momenti bui, numerosi e terribili lutti (perderà quattro dei suoi sette figli in Cina) e tanta solitudine, in quanto il marito sarà sempre in giro nelle campagne cinesi a cercare di convertire fedeli, cieco ai bisogni della famiglia e totalmente assorbito dalla sua missione. La protagonista si dibatte tra la sua educazione presbiteriana, severa e puritana, e il carattere vivace ed allegro, che ama la bellezza. I suoi dubbi religiosi la tormenteranno durante tutto il corso della storia, e questo contrasto la rende un personaggio vivo, umano, attualissimo.

Quello che più mi ha stupefatto nel libro sono i punti di contatto che ho trovato tra  la moglie del missionario, una sorta di sposa accompagnante ante litteram e la mia storia di expat moderna nel Celeste Impero. Non certo le difficoltà della vita quotidiana (leggete questo libro se pensate che vivere nella Cina oggi sia difficile!), ma le sensazioni, i dubbi e le nostalgie che accompagnano la scelta di trascorrere la propria esistenza in un paese così diverso da quello di origine. 

Carie discendeva da una vera famiglia di pionieri americani, arrivati dall’Olanda nel diciannovesimo secolo e stabilitisi in West Virginia. Gente forte, lavoratrice, mossa da un’incrollabile fede nel Signore. La ragazza cresce circondata da foreste, nella linda magione di famiglia dove si produceva tutto in casa e dove, alla sera, genitori e fratelli si riunivano intorno all’organo e cantavano inni gioiosi.

Come si sarà sentita quando, vestita con un semplice abito color tortora (che fu sia abito da viaggio che di nozze, in quanto non si addiceva ad una missionaria sposarsi agghindata con pizzi e merletti) è salita sulla nave che, attraverso il Pacifico, l’avrebbe portata in quello sconosciuto paese che era la Cina?

La prima sensazione è una cocente delusione:

“Avvicinandosi alla Cina si aspettavano di vedere le coste accidentate e pittoresche (…) Ma fu una delusione. Il fiume Yangtse sfociava massiccio e pigro nel mare, e le acque gialle e fangose si distinguevano nettamente dalla chiara acqua marina, con la quale non si mescolavano. Avvistata la terra, a entrambi i fianchi della nave comparvero rive lunghe, fangose. Doveva ella trascorrere la vita in una tarra senza bellezza?” 

E a questo passaggio il mio cuore ha fatto il primo balzo nel petto: quante volte sfrecciando a bordo di un taxi sulle sopraelevate di Suzhou, mi ha colpito come un pugno la bruttezza dei casermoni di cemento squadrati, scrostati, grigi sullo sfondo di un cielo grigio?

Ed alzi la mano chi di voi, amiche expat in Cina, non si è mai sentita così:

“Presto ella cominciò a veder la Cina per quello che realmente era; un gran paese di contraddizioni, dove quanto c’è di più bello nella natura e nella umana condizione, è inestricabilmente mescolato con quanto c’è di più triste. Un complesso di bellezza e di dolore che talvolta stranamente la legava al pese d’adozione, ma che talaltra la costringeva a rifugiarsi in camera sua, presa da un senso profondo di repulsione. Erano quelli i momenti nei quali più sentiva la nostalgia della patria e della casa dei suoi.”

O l’idealizzazione del paese di provenienza…

“Raccontava storie, e insegnò loro a non imitare certe cose che vedevano accadere attorno a sé. Diceva: “Noi non ci comportiamo così! Siamo di un’altra razza!” (…) per i figli di Carie, l’America rimarrà un paese magico, nel quale non sarà necessario far bollire l’acqua prima di berla: e dove mele, pere e pesche possono essere colte dalla pianta, e mangiate tranquillamente, così come sono.”

Ho sorriso quando ho letto questo passaggio, pensando a come, quando torniamo in Italia, ci piace attaccarci con la bocca direttamente al rubinetto e bere a sazietà. Oppure alla gioia di visitare il frutteto degli zii e mangiare prugne e i fichi raccogliendoli direttamente dagli alberi, dolcissimi sotto il sole estivo.

Non è forse difficile, per una mamma italiana, cercare di insegnare ai figli non solo la lingua del proprio paese, ma le tradizioni e la buona educazione così come viene intesa nel Bel Paese?

“L’assillava il pensiero di non riuscire a tirar su i figlioli nel clima morale e intellettuale della patria lontana (…) In un paese nel quale tutto tendeva a dargli un’opinione falsa ed esaltata di sé (non era il primogenito? Non era un maschio?) era difficile inculcargli i doveri di cortesia (…) La servitù lo trattava con deferenza eccessiva (…) tutti influssi contro i quali Carie trovava piuttosto difficile la lotta.”

E, infine, la sensazione di estraneamento dal tuo paese che ti coglie dopo qualche anno di espatrio. Tornare in Italia e sentire drammaticamente che sei cambiato e che nemmeno là puoi considerarti davvero a casa tua. Ormai sei un pesce fuor d'acqua.

“Per ventidue anni aveva vissuto lontano dalla patria; dalla patria che portava tutta nel cuore - la terra più bella, la migliore, benedetta da Dio. Ma la nicchia che in patria era stata sua, ora stava per chiudersi. Durante quei vent’anni, i fratelli e le sorelle avevabo imparato a vivere senza di lei (…) sì, essa aveva lasciato l’America, e l’America s’era dimenticata di lei. Tornandovi — dato che vi fosse mai tornata — per stabilirvisi definitivamene, essa avrebbe dovuto crearsi una nuova nicchia."


La famiglia di Absalom, Carie sulla destra (foto Wikipedia)

Questo splendido libro non è purtroppo più in commercio, come, ahimè, molti altri romanzi della Buck. Ed è un peccato, perché la scrittrice è riuscita a descrivere e comprendere la Cina di quei tempi, pur essendo straniera, e andrebbe letta da chiunque voglia capire la Cina odierna. Lo potete trovare usato su Amazon.it o in qualche fornita biblioteca.



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martedì 24 luglio 2018

CINA: LA VALIGIA DELL'EXPAT

Ci sono cose che si possono portare in valigia, come il Grana Padano o il caffè. Ed altre che non è possibile portarsi dietro, anche se vorremmo tanto.


Se potessi, oltre alla scorta di cibo che cosa metterei nella mia valigia ogni volta che dall’Italia torno in Cina?


L’IRONIA e l’umorismo. In Cina mancano completamente, come del resto credo in gran parte dell’Asia: il senso dell’umorismo come lo intendiamo noi non appartiene a questa parte di mondo. In valigia mi porterei la battuta sagace, il doppio senso ironico, l’occhiata maliziosa degli italiani. 

Le NUVOLE: cirri, cumuli, stratocumuli e cumulonembi, il cielo italiano possiede una quantità di nuvole soffici, bianche e meravigliose che in Cina mi sogno. E poi il cielo blu: solo da quando vivo a Suzhou mi rendo conto di quanto lo diamo per scontato. Giornate limpide e luminose che noi non notiamo nemmeno, quando invece in Cina un cielo blu diventa immediatamente protagonista di mille foto sui social. Per non parlare dei tramonti rosa!

Il mio angolo di GIARDINO: ecco, è questo.


Mi siedo sul portico a sorseggiare un caffè o un bicchiere di vino (a seconda dell’orario!) e lascio che gli occhi vaghino su questa meravigliosa distesa di colori rilassanti e rinvigorenti. Quanto mi manca quest’angolo quando sono nell'appartamento di Suzhou! 

L’ATMOSFERA di casa mia. Forse perché ce la siamo costruita noi come la volevamo ed è proprio mia, ma l’atmosfera della dimora in madrepatria non ha eguali. In Cina vivo in affitto, in un appartamento che ho scelto con il cervello e non con il cuore. Spesso lo detesto: lì dentro cambierei tutto se potessi. E allora, anche quando sono a casa, mi sento poco a casa. L’atmosfera raccolta, calda, avvolgente del mio nido italiano mi manca molto e vorrei poterla ricreare. Ci riuscirò?

Il frinire dei GRILLI di notte. I grilli nelle campagne del nord est italiano accompagnano le serate con un sottofondo leggero, costante ed ipnotico che concilia il riposo. Le cicale di Suzhou invece fanno un altro verso, più acuto, più rumoroso. Eseguono il loro concerto nei cespugli dell’ampio giardino condominiale dalle cinque del pomeriggio, quando il sole fa nascondino dietro i palazzi e i raggi sono meno intensi. Ma di notte smettono, o almeno io non le sento, dato che vivo al ventiseiesimo piano e d’estate spesso le finestre le teniamo chiuse, perché il caldo ci obbliga a vivere con il condizionatore acceso.

L’amico che è PER SEMPRE. Quelle amicizie che ti ritrovi ogni estate, qualsiasi cosa succeda, e chiacchieri per ore come se ti fossi visto ieri, perché ti conosci da una vita. Nell’esperienza expat gli amici sono drammaticamente destinati a dirti addio: la scadenza di un contratto, un improvviso cambio di città, un nuovo lavoro, un rimpatrio inaspettato. Sono amicizie a tempo determinato e spesso sei cosciente che non ti rivedrai più. Fa soffrire ogni volta, il callo non ce lo si fa. E ogni persona nuova che conosci, sai che sarà solo per un periodo perché, inevitabilmente, presto o tardi vi saluterete.

Ma poi penso, me le porterei davvero tutte queste cose nel mio bagaglio? Non è entusiasmante proprio il fatto che Cina ed Italia sono diverse ed ognuna di loro possiede qualcosa che l’altra non ha? Non è forse questa struggente nostalgia di caratteristiche peculiari, di odori, sapori e panorami che appartengono inestricabilmente ad un luogo o all’altro a rendere la vita dell’expat così poetica e ricca di emozioni?

Questo post fa parte del progetto condiviso “La valigia dell’Expat”, nel quale diverse blogger espatriate nel mondo hanno scritto sullo stesso tema. Ognuna di loro racconta, in maniera ironica oppure informativa, che cosa si sarebbe portata in valigia se solo avesse saputo che… Andate a sbirciare i loro blog!











lunedì 28 maggio 2018

SLANG CINESE: PARLIAMO DI FAMIGLIA

La lingua cinese cambia al passo coi tempi e molte parole e frasi diventano trend che descrivono i cambiamenti della società e della famiglia.


slang cinese

La lingua cinese è affascinante e viva e, sebbene si fondi su un numero limitato di suoni e sillabe e non possa creare parole dal nulla, è in grado di dar vita a nuove forme idiomatiche che seguono l’evolversi della società, della scienza e della cultura.

Per spiegarla con meno paroloni, il cinese è composto da limitate tesserino di lego (le sillabe, che sono di per sé stesse parole con un significato). Tutte le parole, anche quelle che devono essere create dal nulla per definire concetti prima inesistenti, vengono formate combinando questi mattoncini.

Ecco allora che telefono si dice “dianhua” 电话 (parola elettrica), metropolitana “ditie” 地铁, (ferro -sottosuolo), aereo "feiji" 飞机 (macchina volante) e così via. 

Essendo composto da un numero determinato di sillabe, che però cambiano significato a seconda del loro tono, il cinese si presta inoltre agli omofoni: parole che vengono scritte con caratteri diversi ed hanno significato diverso, ma suonano simili. I cinesi amano molto i giochi di parole che scaturiscono dagli omofoni. Un esempio? Il 20 maggio è considerato la giornata dell’amore perché in cinese 5.20 si dice wu3 er2 ling1 五二零 , che somiglia molto a wo3 ai4 ni3 我爱你 (ti amo).

Per quanto riguarda i nuovi trend della cultura popolare, sono moltissime le parole che vengono coniate e diventano simbolo di un concetto. Scavare un po’ a fondo in queste buzzword permette di conoscere aspetti della cultura cinese interessanti ed emblematici. 

Molte parole o frasi descrivono la famiglia e gettano luce sulle dinamiche dell’amore e del matrimonio peculiari di questa società. 

Ci sono ad esempio le coppie DINK, acronimo inglese che sta per “double income, no kids”, ovvero quelle coppie nelle quali entrambi i coniugi lavorano, non hanno figli e conducono uno stile di vita benestante. La parola cinese traslittera il suono dell’acronimo e diventa 丁克 ding1 ke4. Il fenomeno delle coppie dink è una tendenza del tutto nuova in Cina dove, per tradizione, mettere al mondo un erede (possibilmente maschio) è considerato un assoluto dovere filiale. In una società estremamente competitiva che riversa enormi aspettative sui ragazzini, nei quali i genitori devono investire tutte le loro risorse (anche economiche), sono però sempre di più le coppie che preferirebbero non avere figli. Non è cosa facile da queste parti, dove la pressione sui novelli sposi è fortissima. Ed alcuni scelgono di avere un bimbo con l'unico motivo di far contenti i nonni, e lasciano agli stessi l’onere (e l’onore) di tirarlo su.

La stessa pressione che spinge gli sposini a procreare, spinge i figli single a sposarsi il prima possibile. Tuttavia, non è cosa facile per un ragazzo in età di matrimonio trovare moglie in Cina. La proporzione maschi/femmine è sfavorevole (ci sono circa 120 uomini ogni 100 donne) e le ragazze possono permettersi di fare le schizzinose: il marito ideale deve avere (come minimo) una buona posizione lavorativa, un appartamento di proprietà ed una macchina. E per questo c’è chi è convinto che il matrimonio in Cina sia esclusivamente una questione di soldi, che poco ha a che fare con l’amore. 

Ecco allora che i giovani cinesi si chiedono se accetterebbero mai un matrimonio nudo 裸婚 luo3 hun1, nel quale gli sposi non posseggono casa di proprietà né macchina, decidono di rinunciare alla cerimonia, all’anello, al viaggio di nozze e a tutti i simboli sociali (costosi!) che si accompagnano al rito poiché credono fermamente nel loro amore, al di là delle convenzioni sociali.

Oppure sognano un 闪婚 shan3 hun1, un matrimonio flash, soprattutto se stanno per entrare nella categoria degli “avanzi”.




venerdì 4 maggio 2018

LE 6 COSE CHE MI HANNO INSEGNATO I CINESI

La vita in Cina ti mette di fronte alla convinvenza con una società profondamente diversa. Alle volte venire a patti con le differenze risulta difficile, altre invece rendersi conto di come i cinesi affrontino alcuni aspetti della vita può far imparare molto. Ecco cosa mi hanno insegnato i cinesi.



1) DILIGENZA E PAZIENZA Date a un cinese un lavoro con istruzioni comprensibili, una procedura ben definita e un obiettivo chiaro e, molto probabilmente, lo porterà a termine senza una sbavatura. Vi si dedicherà con pazienza e dedizione, senza farsi venire grilli per la testa e senza farsi fuorviare da una creatività alle volte controproducente.
E’ una caratteristica che nella vita mi è mancata e il raggiungimento dei miei obiettivi ne ha risentito molto: sono convinta che il successo sia determinato, più che dall’atto folle e creativo, dalla capacità di portare a termine compiti apparentemente noiosi senza lamentarsi e con costanza. 


2) MEGLIO FATTO CHE PERFETTO Apre un nuovo supermercato in Cina: mancano i prezzi, il registratore di cassa non è ancora collegato ai codici, il muro è ancora da imbiancare. Ma che sarà mai? L’importante è partire! Poi si aggiustano le cose in corsa. Ecco, questa cosa mi è capitata di vederla un sacco di volte. All’inizio mi sdegnavo: come si fa ad aprire un negozio, un ristorante, se non è tutto perfetto? Poi mi sono resa conto che questa ricerca della perfezione può portare ad un immobilismo veramente dannoso, si rischia di non partire mai. E loro invece partono (poi magari dopo un mese chiudono, ma questo è un altro discorso). Adesso ho imparato anch’io che l’importante è partire, anche se non proprio tutto tutto tutto è come volevamo fosse. Quando ho lanciato la versione inglese di “Prezzemolo & cilantro”, ad esempio, mi mancavano perfino le copie cartacee del libro da esibire (e vendere!) alla presentazione. Ma sono rimasta fedele alla data che avevo programmato, e non me ne pento.


3) I BAMBINI SONO BAMBINI I bambini gridano, fanno rumore, sporcano, corrono, si azzuffano, disturbano. E allora che si fa? Li si sgrida in malo modo? Li si guarda (o meglio, si guardano i loro genitori) con sdegnoso disprezzo? Macché! Si sorride e si regala loro una caramella! Sebbene il “lassismo” dei cinesi nei confronti dei bambini venga spesso criticato dai miei connazionali, io (con le dovute cautele) apprezzo questo lasciare ai bambini la libertà di essere bambini. E apprezzo il livello altissimo di tolleranza verso grida, capricci, stranezze. Anche io, che da brava italiana ero subito pronta a scoccare un’occhiataccia al povero genitore alle prese coi pianti isterici della prole, ora mi rendo conto che i bambini non seguono (e non devono nemmeno seguire) le regole tipiche dei grandi: hanno le loro regole, i loro tempi, il loro mondo. Non vi scaldate, adesso: l’educazione e il rispetto continuo a considerarli basilari. Ma ho imparato che i bambini hanno il sacrosanto diritto di comportarsi da bambini, non devono essere considerati piccoli adulti.


4) LA TECNOLOGIA SI DOMINA, NON SI RIFUGGE Non molti anni fa, una mia amica si vantava che nella sua famiglia non esistessero né tablet né smartphone, e che l’accesso al computer fosse rigidamente contingentato. Ora, sono perfettamente d’accordo che troppa tecnologia faccia male alla salute di tutti, ma tra qui e demonizzarla ci passa. Rifiutarsi di proporla ai bambini (e insegnar loro come difendersene) trovo non sia l’atteggiamento giusto. 
Ma per i cinesi non c’è problema: vivono praticamente attaccati al loro cellulare e lo usano per farci di tutto: pagare la spesa, guardare i film, leggere un libro, chattare ovviamente. Forse loro esagerano dal lato opposto, ma mi hanno insegnato che, anziché evitarla, la tecnologia va dominata in modo da usarla a nostro vantaggio, imparare a non diventarne schiavi e conoscerne i lati positivi come quelli oscuri.


5) IL MILIONE SI FA CON IL CENTESIMO La mia ayi, una donna che prende poco più di tre euro all’ora di paga, in dieci anni è riuscita a comperarsi un piccolo appartamento, ad aiutare il figlio ad acquistare un automobile (il ragazzo è in età da moglie e, come forse sapete se siete soliti leggere questo blog, qui in Cina avere un auto è un requisito essenziale per potersi accasare) e lo sta aiutando (per lo stesso motivo) a comprarsi casa. Lei è quella che trova tutto a buon prezzo, la stessa riparazione dal sarto che qui nel mio compound mi costa 100 RMB lei me la fa fare sotto casa sua a 10! Ed è così che, inesorabilmente, centesimo dopo centesimo, sta mettendo via i soldi. Non è l’unica: il cinese medio è molto attento al risparmio: conosce taobao e le sue offerte a menadito, compra i biglietti del cinema online, paga il ristorante con l’applicazione del telefonino perché gli fanno lo sconto. Che dire, tanto di cappello.

6) LA RICCHEZZA NON E’ PECCATO In Italia siamo legati, volenti o nolenti, alla nostra tradizione cattolica. E ci hanno inculcato che il paradiso non è per i ricchi. Ecco quindi tutti a vergognarsi di guadagnare soldi (fermo restando continuare a desiderarli ardentemente).
In Cina questa sorta di ipocrisia non esiste: l’abbondanza, la ricchezza, sono valori positivi. Nessuno si vergogna di essere ricco, anzi! La famiglia abbiente viene guardata con rispetto, i soldi sono il regalo preferito a capodanno cinese e ai matrimoni, la buona condizione sociale è un punto d’onore, l’augurio più gradito è quello della prosperità. Se questa caratteristica sia stata una delle cause del tanto criticato materialismo dei cinesi, non ve lo so dire. Ho cercato di coglierne il lato positivo e di imparare a considerare i soldi con maggior benevolenza.

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