lunedì 28 maggio 2018

SLANG CINESE: PARLIAMO DI FAMIGLIA

La lingua cinese cambia al passo coi tempi e molte parole e frasi diventano trend che descrivono i cambiamenti della società e della famiglia.


slang cinese

La lingua cinese è affascinante e viva e, sebbene si fondi su un numero limitato di suoni e sillabe e non possa creare parole dal nulla, è in grado di dar vita a nuove forme idiomatiche che seguono l’evolversi della società, della scienza e della cultura.

Per spiegarla con meno paroloni, il cinese è composto da limitate tesserino di lego (le sillabe, che sono di per sé stesse parole con un significato). Tutte le parole, anche quelle che devono essere create dal nulla per definire concetti prima inesistenti, vengono formate combinando questi mattoncini.

Ecco allora che telefono si dice “dianhua” 电话 (parola elettrica), metropolitana “ditie” 地铁, (ferro -sottosuolo), aereo "feiji" 飞机 (macchina volante) e così via. 

Essendo composto da un numero determinato di sillabe, che però cambiano significato a seconda del loro tono, il cinese si presta inoltre agli omofoni: parole che vengono scritte con caratteri diversi ed hanno significato diverso, ma suonano simili. I cinesi amano molto i giochi di parole che scaturiscono dagli omofoni. Un esempio? Il 20 maggio è considerato la giornata dell’amore perché in cinese 5.20 si dice wu3 er2 ling1 五二零 , che somiglia molto a wo3 ai4 ni3 我爱你 (ti amo).

Per quanto riguarda i nuovi trend della cultura popolare, sono moltissime le parole che vengono coniate e diventano simbolo di un concetto. Scavare un po’ a fondo in queste buzzword permette di conoscere aspetti della cultura cinese interessanti ed emblematici. 

Molte parole o frasi descrivono la famiglia e gettano luce sulle dinamiche dell’amore e del matrimonio peculiari di questa società. 

Ci sono ad esempio le coppie DINK, acronimo inglese che sta per “double income, no kids”, ovvero quelle coppie nelle quali entrambi i coniugi lavorano, non hanno figli e conducono uno stile di vita benestante. La parola cinese traslittera il suono dell’acronimo e diventa 丁克 ding1 ke4. Il fenomeno delle coppie dink è una tendenza del tutto nuova in Cina dove, per tradizione, mettere al mondo un erede (possibilmente maschio) è considerato un assoluto dovere filiale. In una società estremamente competitiva che riversa enormi aspettative sui ragazzini, nei quali i genitori devono investire tutte le loro risorse (anche economiche), sono però sempre di più le coppie che preferirebbero non avere figli. Non è cosa facile da queste parti, dove la pressione sui novelli sposi è fortissima. Ed alcuni scelgono di avere un bimbo con l'unico motivo di far contenti i nonni, e lasciano agli stessi l’onere (e l’onore) di tirarlo su.

La stessa pressione che spinge gli sposini a procreare, spinge i figli single a sposarsi il prima possibile. Tuttavia, non è cosa facile per un ragazzo in età di matrimonio trovare moglie in Cina. La proporzione maschi/femmine è sfavorevole (ci sono circa 120 uomini ogni 100 donne) e le ragazze possono permettersi di fare le schizzinose: il marito ideale deve avere (come minimo) una buona posizione lavorativa, un appartamento di proprietà ed una macchina. E per questo c’è chi è convinto che il matrimonio in Cina sia esclusivamente una questione di soldi, che poco ha a che fare con l’amore. 

Ecco allora che i giovani cinesi si chiedono se accetterebbero mai un matrimonio nudo 裸婚 luo3 hun1, nel quale gli sposi non posseggono casa di proprietà né macchina, decidono di rinunciare alla cerimonia, all’anello, al viaggio di nozze e a tutti i simboli sociali (costosi!) che si accompagnano al rito poiché credono fermamente nel loro amore, al di là delle convenzioni sociali.

Oppure sognano un 闪婚 shan3 hun1, un matrimonio flash, soprattutto se stanno per entrare nella categoria degli “avanzi”.




venerdì 4 maggio 2018

LE 6 COSE CHE MI HANNO INSEGNATO I CINESI

La vita in Cina ti mette di fronte alla convinvenza con una società profondamente diversa. Alle volte venire a patti con le differenze risulta difficile, altre invece rendersi conto di come i cinesi affrontino alcuni aspetti della vita può far imparare molto. Ecco cosa mi hanno insegnato i cinesi.



1) DILIGENZA E PAZIENZA Date a un cinese un lavoro con istruzioni comprensibili, una procedura ben definita e un obiettivo chiaro e, molto probabilmente, lo porterà a termine senza una sbavatura. Vi si dedicherà con pazienza e dedizione, senza farsi venire grilli per la testa e senza farsi fuorviare da una creatività alle volte controproducente.
E’ una caratteristica che nella vita mi è mancata e il raggiungimento dei miei obiettivi ne ha risentito molto: sono convinta che il successo sia determinato, più che dall’atto folle e creativo, dalla capacità di portare a termine compiti apparentemente noiosi senza lamentarsi e con costanza. 


2) MEGLIO FATTO CHE PERFETTO Apre un nuovo supermercato in Cina: mancano i prezzi, il registratore di cassa non è ancora collegato ai codici, il muro è ancora da imbiancare. Ma che sarà mai? L’importante è partire! Poi si aggiustano le cose in corsa. Ecco, questa cosa mi è capitata di vederla un sacco di volte. All’inizio mi sdegnavo: come si fa ad aprire un negozio, un ristorante, se non è tutto perfetto? Poi mi sono resa conto che questa ricerca della perfezione può portare ad un immobilismo veramente dannoso, si rischia di non partire mai. E loro invece partono (poi magari dopo un mese chiudono, ma questo è un altro discorso). Adesso ho imparato anch’io che l’importante è partire, anche se non proprio tutto tutto tutto è come volevamo fosse. Quando ho lanciato la versione inglese di “Prezzemolo & cilantro”, ad esempio, mi mancavano perfino le copie cartacee del libro da esibire (e vendere!) alla presentazione. Ma sono rimasta fedele alla data che avevo programmato, e non me ne pento.


3) I BAMBINI SONO BAMBINI I bambini gridano, fanno rumore, sporcano, corrono, si azzuffano, disturbano. E allora che si fa? Li si sgrida in malo modo? Li si guarda (o meglio, si guardano i loro genitori) con sdegnoso disprezzo? Macché! Si sorride e si regala loro una caramella! Sebbene il “lassismo” dei cinesi nei confronti dei bambini venga spesso criticato dai miei connazionali, io (con le dovute cautele) apprezzo questo lasciare ai bambini la libertà di essere bambini. E apprezzo il livello altissimo di tolleranza verso grida, capricci, stranezze. Anche io, che da brava italiana ero subito pronta a scoccare un’occhiataccia al povero genitore alle prese coi pianti isterici della prole, ora mi rendo conto che i bambini non seguono (e non devono nemmeno seguire) le regole tipiche dei grandi: hanno le loro regole, i loro tempi, il loro mondo. Non vi scaldate, adesso: l’educazione e il rispetto continuo a considerarli basilari. Ma ho imparato che i bambini hanno il sacrosanto diritto di comportarsi da bambini, non devono essere considerati piccoli adulti.


4) LA TECNOLOGIA SI DOMINA, NON SI RIFUGGE Non molti anni fa, una mia amica si vantava che nella sua famiglia non esistessero né tablet né smartphone, e che l’accesso al computer fosse rigidamente contingentato. Ora, sono perfettamente d’accordo che troppa tecnologia faccia male alla salute di tutti, ma tra qui e demonizzarla ci passa. Rifiutarsi di proporla ai bambini (e insegnar loro come difendersene) trovo non sia l’atteggiamento giusto. 
Ma per i cinesi non c’è problema: vivono praticamente attaccati al loro cellulare e lo usano per farci di tutto: pagare la spesa, guardare i film, leggere un libro, chattare ovviamente. Forse loro esagerano dal lato opposto, ma mi hanno insegnato che, anziché evitarla, la tecnologia va dominata in modo da usarla a nostro vantaggio, imparare a non diventarne schiavi e conoscerne i lati positivi come quelli oscuri.


5) IL MILIONE SI FA CON IL CENTESIMO La mia ayi, una donna che prende poco più di tre euro all’ora di paga, in dieci anni è riuscita a comperarsi un piccolo appartamento, ad aiutare il figlio ad acquistare un automobile (il ragazzo è in età da moglie e, come forse sapete se siete soliti leggere questo blog, qui in Cina avere un auto è un requisito essenziale per potersi accasare) e lo sta aiutando (per lo stesso motivo) a comprarsi casa. Lei è quella che trova tutto a buon prezzo, la stessa riparazione dal sarto che qui nel mio compound mi costa 100 RMB lei me la fa fare sotto casa sua a 10! Ed è così che, inesorabilmente, centesimo dopo centesimo, sta mettendo via i soldi. Non è l’unica: il cinese medio è molto attento al risparmio: conosce taobao e le sue offerte a menadito, compra i biglietti del cinema online, paga il ristorante con l’applicazione del telefonino perché gli fanno lo sconto. Che dire, tanto di cappello.

6) LA RICCHEZZA NON E’ PECCATO In Italia siamo legati, volenti o nolenti, alla nostra tradizione cattolica. E ci hanno inculcato che il paradiso non è per i ricchi. Ecco quindi tutti a vergognarsi di guadagnare soldi (fermo restando continuare a desiderarli ardentemente).
In Cina questa sorta di ipocrisia non esiste: l’abbondanza, la ricchezza, sono valori positivi. Nessuno si vergogna di essere ricco, anzi! La famiglia abbiente viene guardata con rispetto, i soldi sono il regalo preferito a capodanno cinese e ai matrimoni, la buona condizione sociale è un punto d’onore, l’augurio più gradito è quello della prosperità. Se questa caratteristica sia stata una delle cause del tanto criticato materialismo dei cinesi, non ve lo so dire. Ho cercato di coglierne il lato positivo e di imparare a considerare i soldi con maggior benevolenza.

lunedì 19 marzo 2018

UNA STORIA ITALIANA MADE IN CHINA: CUORE DI SETA

Inauguro la rubrica dedicata ai libri parlandovi di “Cuore di Seta - la mia storia italiana made in China” di Shi Yang Shi. Un libro prezioso che ci aiuta a capire, con la freschezza di una storia vera raccontata come fosse un romanzo, la vita dei cinesi in Italia.



cuorediseta

Shi Yang Shi ha undici anni quando per la prima volta sale su un aereo alla volta dell’Yìdàlì, l’Italia. La sua famiglia ha deciso di emigrare alla ricerca di un futuro migliore, anche se, come racconta:

 “Restando in Cina non avremmo certo sofferto la fame, anzi.”

Parte con Mama, sua madre, con la convinzione che il padre li raggiungerà presto e che per lui, in ogni caso, sarà un bellissimo viaggio. 
Ma le cose iniziano subito a non andare per il verso giusto. Sua madre, che è medico, non ha la possibilità di esercitare la sua professione in Italia, e si ritrovano ospiti di alcuni zii, a fare i lavori più modesti. Come se non bastasse, il padre non si sente ancora pronto a lasciare né il suo lavoro di ingegnere né la vecchia madre e rimane in Cina, facendoli sentire abbandonati.
La loro emigrazione, invece di brillare come una meravigliosa opportunità, sta per rivelarsi un fallimento. 
Yang si rende conto che solo impegnandosi nello studio avrà una possibilità di farcela. Impara perfettamente l’italiano e diventa uno studente modello. Ma le cose non sembrano migliorare, anzi: la madre inizia a soffrire per il fatto che il marito, tra una scusa e l’altra, ancora non li raggiunge. Diventa acida, depressa. Tra madre e figlio inizia ad incrinarsi qualcosa. E come se non bastasse, Yang deve fare i conti con una consapevolezza che gli toglie il respiro, da tanto la sua cultura d’origine la considera “sbagliata”: lui prova attrazione per i ragazzi.
Finalmente il padre arriva, con la volontà di iniziare un’impresa di import export tra Europa e Cina. Invece, per sbarcare il lunario, si ritrovano a fare i vucumprà. Ed è proprio con questa nuova attività che le cose iniziano a migliorare: Pietro (nome italiano che il padre si è scelto) inizia a fare massaggi e trattamenti sui meridiani ai bagnanti in spiaggia e poco a poco diventa una celebrità, permettendo finalmente alla famiglia di risollevarsi dalle ristrettezze economiche.
Yang, ancora immerso nella cultura confuciana che lo vuole un figlio modello, si diploma in ragioneria con 99/100, diventa nel frattempo traduttore, si iscrive alla Bocconi, aiuta economicamente i suoi genitori. E lotta con la certezza di essere gay.
Alla fine riuscirà finalmente ad essere se stesso, a farsi accettare dai genitori nella sua più profonda essenza, a scoprire il suo vero talento e ad inseguire il suo sogno.
Il libro è scritto con un linguaggio semplice e diretto, Yang si racconta senza peli sulla lingua e senza imbarazzo. Parla molto della sua vita in Cina prima della partenza ed ho trovato interessante seguire la sua trasformazione:

“Se in Italia ero un cinese, in Cina non ero più solo e soltanto cinese, ma nemmeno italiano. Ero diventato anch’io laowai, straniero, o peggio “banana”: giallo fuori e bianco dentro.”

Come expat in Cina, mi ritrovo molto in questa frase: spesso in Italia mi sento “diversa” e mi mancano alcune abitudini che ho assorbito qui, mi rendo conto che alle volte i miei compatrioti mi guardano stranamente perché faccio cose che in Italia non si farebbero, come ad esempio bere l’acqua calda o avvicinare il piatto alla bocca mentre mangio.

Il libro di Yang mi è piaciuto molto, perché è di facile lettura eppure profondo, a tratti poetico. Mi ha permesso di gettare uno sguardo in una realtà di cui si parla poco. Consiglio questo libro a tutti: agli italiani che si sono trasferiti in Cina, per capire un po’ il viaggio “alla rovescia” dei loro colleghi cinesi, e agli italiani in generale, perché ne sappiamo davvero troppo poco dei cinesi in Italia.


Ho contattato Yang per fargli alcune domande, è stato gentilissimo e lo ringrazio per la sua disponibilità!

Leggendo il tuo libro, ho notato come descrivi il tuo arrivo nella scuola italiana e come tutti hanno cercato, in qualche modo, di farti sentire benvenuto. Come sono gli italiani da questo punto di vista? Sei mai stato soggetto di commenti o comportamenti razzisti?

Quando sono arrivato in Italia i miei zii mi hanno iscritto di proposito in una scuola dove non c’erano altri cinesi, a parte mia cugina, e l’hanno fatto per permettermi di ricevere quel rispetto che magari in una scuola piena di cinesi non avrei avuto. Difatti i miei compagni mi hanno accolto sempre bene e da ragazzino non ho mai subito episodi di razzismo. 
Rammento solo due fatti brutti: uno lo racconto nel libro (sono stato rincorso!), l’altro mi è successo durante gli europei di calcio, ero su un tram a Milano ed ero al finestrino anche io a urlare e festeggiare, quando ho ricevuto uno sputo in faccia. Ma non sono sicuro che sia stato per razzismo, o per cattiva tifoseria.
Devo dire che anche durante gli anni che ho trascorso a Prato sono stato testimone più di intolleranza, legata a specifici motivi, che non di razzismo. Solo nel periodo pre - elettorale ho chiaramente percepito un clima peggiore nei confronti degli immigrati e rifugiati, per via di una certa comunicazione manipolativa.

Una cosa che mi ha colpito molto leggendo la tua storia, è che tu e tua madre, essendo originari di Jinan, non siete mai riusciti a legare molto con la comunità cinese italiana, che viene in gran parte dalla zona di Wenzhou. E’ una cosa dovuta al dialetto da loro parlato, o più uno scoglio culturale dovuto alla provenienza da diverse regioni della Cina?

Trent’anni fa, quando sono arrivato dalla Cina, il divario tra campagna e città era molto forte. Noi venivamo dalla città e un po’ discriminavamo quelli della campagna. Poi, in realtà, noi eravamo più poveri: loro, quei meridionali cinesi immigrati in Italia, erano già “laoban”, ovvero padroni di attività e comunque in qualche modo “arrivati”. 
Credo che un elemento di chiusura dei Wenzhouesi derivi dal loro dialetto e dalla cultura “montanara”, anche se di fatto è una città sul mare. Sono molto legati al loro territorio (pensa che a Milano ci sono sedici associazioni territoriali!) ed hanno un sistema di guanxi molto forte, che è anche uno dei motivi del loro successo. Dopotutto due terzi degli abitanti dei tanti paesini-contee limitrofi si sono spostati ed hanno lasciato in Cina solo vecchi e bambini! 
E’ anche per questo che noi abbiamo fatto molta fatica ad integrarci all’interno di questa comunità.

Tu sei un cinese che è andato a vivere in Italia, io sono un’italiana che è andata a vivere in Cina: conosciamo decisamente bene le differenze tra i due stili di vita. Ma, per quanto riguarda invece le somiglianze, cosa ti ha colpito nella cultura italiana?

L’attaccamento alla famiglia ed ai valori tradizionali come la cucina: quando alle presentazioni del libro racconto dei ravioli cinesi, in molti si entusiasmano trovando somiglianze con la preparazione dei tortellini e dei cappelletti italiani. Anche se, purtroppo, noto che tra i giovani si sta un po’ perdendo la tradizione di prepararli insieme alla famiglia. Altra somiglianza con i cinesi: anche in Italia sono quasi sempre le donne che cucinano i cibi tradizionali durante le feste.

Una somiglianza negativa è la tendenza a cercare dei compromessi, soprattutto per quanto riguarda il meridione. I rapporti umani sono quasi più forti della legge e sono le consuetudini ad essere più seguite. Anche in Cina,in alcuni contesti, le relazioni fiduciare sono più importanti e determinanti rispetto alle regole scritte.

Che cosa potrebbero imparare gli italiani dai cinesi, e che cosa potrebbero imparare i cinesi dagli italiani.

Gli italiani dai cinesi potrebbero recuperare lo spirito pragmatico e non lamentoso, tipico loro degli anni ’50 e ’60, che puntava soprattutto al fare. E, per quanto riguarda i giovani, la prospettiva del lungo periodo. Nei ragazzi cinesi, anche quelli di seconda generazione in Italia, è molto forte l’idea del guardare lontano, cosa che invece manca ai giovani di origini italiane.

I cinesi dagli italiani, invece, potrebbero imparare a riscoprire il rapporto con le proprie radici storiche, umanistiche e intellettuali, in modo da creare un Made in China più espressione del proprio DNA, meno copiato, e un design che rilegga la contemporaneità consapevole del gusto antico cinese. Inoltre, per quanto riguarda l’educazione dei figli, potrebbero imparare a lasciarli giocare di più, affinché possano far emergere il proprio talento. In Cina i talenti vengono purtroppo annientati dal sistema scolastico che tende a livellare.

Grazie Yang, per la tua disponibilità! 


shiyangshi

Shi Yang Shi è nato nel 1979 a Jinan, capitale dello Shandong. È arrivato in Italia nel 1990 e dal 2006 è cittadino italiano. Nella sua vita ha fatto il lavapiatti, il venditore ambulante, il traduttore simultaneista e il mediatore culturale. Laureato alla Bocconi, ha intrapreso la carriera di attore ed ha recitato nel teatro indipendente a Prato per sette anni. Ora  è impegnato a portare in giro per l’Italia il suo spettacolo "ArleChino, traduttore e traditore di due padroni", che racconta del suo tentativo di recuperare le proprie radici attraverso la storia dei suoi avi, dei suoi anni in Italia e dei fatti di Prato.
Prossime date delle presentazioni: Venezia Ca' Foscari 4 aprile, Brescia 5 aprile, Milano 12 Elicoides + 24 maggio ai Frigoriferi Milanesi,  Biella 5 maggio 
Date spettacoli: 11 Agliè, 13 Montepulciano. 


Trovate “Cuore di seta” nelle librerie e su amazon.it (formato cartaceo e kindle) e se volete sapere tutte le ultime novità sulle presentazioni del libro e gli spettacoli teatrali potete seguire Yang alla sua pagina Facebook


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giovedì 8 marzo 2018

PROGETTO CINCUCINA: TRIBUTO ALL'INVENTIVA DELLE DONNE EXPAT

Oggi è la festa della donna… e quale modo migliore di celebrarla raccontando una storia di donne creative, dinamiche e coraggiose? Vi presento Anna & Anna di Cincucina.

cincucina

Ma come sono queste mogli che seguono i mariti in giro per il mondo? Che sfide affrontano, come fanno a supportare la carriera del marito, lo sviluppo armonico dei figli, preservare il legame con la madre terra e al contempo trovare una posizione per se stesse che sia soddisfacente e ricca di significato?

Sono solo delle privilegiate, annoiate signore che girano con l’autista e frequentano i circoli expat, o sono piuttosto delle donne che hanno tirato fuori il coraggio, hanno rinunciato a qualcosa, hanno dovuto reinventarsi per ricostruirsi un ruolo?

Oggi vi voglio parlare di Anna & Anna, due italiane che si sono conosciute a Pechino (e, come affermano in questa intervista su Saporedicina, è stato grazie a me!) e che hanno deciso di intraprendere un interessante progetto: Cincucina, corsi di cucina italiana per cinesi ed expat. Progetto dal quale è scaturito anche un libro di ricette che hanno presentato lo scorso novembre all'ambasciata italiana di Pechino, durante la settimana della cucina italiana nel mondo.

La mia vita da expat è iniziata nel lontano 1995.” Racconta Anna Cincotto RenieroHo lasciato il mio lavoro, che aveva permesso a me e mio marito di vivere da sposini mentre lui studiava per ottenere un dottorato, e siamo partiti per la Svizzera pieni di entusiasmo e con la consapevolezza che un nuovo mondo si apriva davanti a noi. Lui cominciava un lavoro che lo avrebbe appassionato. Da parte mia, anch’io sono una  persona curiosa e che ha voglia di fare, ma sono anche una donna che ha sempre amato la casa e che trova soddisfazione nel preparare un buon piatto per la famiglia.”

Così Anna inizia la sua carriera di “sposa accompagnante”, che è proprio un lavoro a tempo pieno: bisogna creare legami con la comunità, sia essa locale o internazionale, imparare una lingua nuova, occuparsi delle mille piccole necessità quotidiane. Due anni dopo è nata la loro figlia ed Anna si è immersa con entusiasmo nel ruolo di mamma.
Nel 2001, nuovo trasferimento, questa volta in Normandia.

“Sembra strano ma l’unico paese che mi ha fatto sentire ‘straniera’ è stata la Francia, abitavamo in un centro piccolissimo e avevamo tutti gli occhi addosso. Vivevamo in una villetta che era separata da un’altra da una siepe e un giorno sento il mio vicino che parla con un altro e dice: ‘ sai sono arrivati degli italiani qui di fianco. Sono italiani ma sembra brava gente…”

In Normandia Anna non trova l’ambiente internazionale che frequentava in Svizzera, cerca quindi di dedicarsi ad altro. Lavora part time la mattina e frequenta un gruppo di signore che fanno patchwork. Oltre naturalmente a seguire la figlia che frequenta la scuola francese.

Dopo 11 anni di estero Anna e la sua famiglia tornano per un periodo in Italia, a Firenze:
“Firenze è stata un altra città in cui sono stata expat! Si, expat in Italia. Non male davvero. Firenze è una città che non conoscevo ma che ho scoperto essere internazionale anche se molto piccola. E rientrare in Italia dopo 11 anni all’estero non mi è dispiaciuto.”

Volano poi negli Stati Uniti “Non in una grande città ma in una città di provincia. Qui lo shock è stato un po’ più importante rispetto agli altri. La conoscenza del mio  inglese era minima e mia figlia passava da una scuola francese a una scuola americana all’età di 13 anni. Una scuola media enorme di circa 2000 studenti.”

Anna supporta la figlia che, all’inizio, ritorna ogni giorno a casa da scuola dicendo che non ha capito nulla di quello che le veniva detto in classe. 
“Ci sono i pianti e le crisi perché si devono lasciare gli amici e non parliamo se poi c’è anche una lingua nuova da imparare. Penso però che i nostri figli guardano anzitutto noi negli occhi e respirano l’aria in famiglia e se ci vedono e ci sentono decisi e motivati ci seguono e si caricano anche loro di entusiasmo.” Ed Anna, con la sua consueta gioia di vivere, trova un bel gruppo (internazionale e non) e cose interessanti da fare anche in quel piccolo paese della provincia americana. Non manca naturalmente un gruppo di cucina!

Dopo tre anni di Stati Uniti si ricomincia a viaggiare: Parigi per due anni e poi la Cina, a Pechino. Inaspettatamente, Anna trova delle similitudini tra le diverse culture con le quali è stata in contatto:
La disorganizzazione cinese è talvolta esattamente uguale a quella americana. La simpatia cinese è alcune volte simile alla simpatia americana, talvolta i cinesi sono ingenui esattamente come gli americani. So che sembra assurdo quello che dico ma è davvero così.”

Anna afferma di non essersi mai sentita persa, smarrita da una vita così in movimento. Piuttosto, alle volte, titubante e preoccupata. Ma la forza della famiglie expat è quella di decidere le cose in due: sebbene fosse il marito a venir spostato da un ufficio all’altro, era su di lei che ricadeva il lavoro dell’organizzazione familiare e di questo è sempre stata soddisfatta ed orgogliosa. La scelta della scuola, della casa, dell’assicurazione, la socializzazione coi vicini, la ricerca del più vicino medico, parrucchiere, supermercato… la sposa expat deve riuscire a crearsi un ambiente conosciuto il prima possibile, anche perché spesso i mariti sono sempre via per lavoro.

“La difficoltà più grossa che ho incontrato nei miei trasferimenti è state indubbiamente imparare le lingue straniere. Non le ho mai amate, neppure a scuola, e mi è toccato impararne 2. Il cinese non lo studio e non lo studierò mai, mi rifiuto!”


Una storia un po’ diversa, invece, quella di Anna Cappelloni. Nata ad Isernia, dopo la laurea in economia aziendale e un percorso di studi che l’ha portata a viaggiare, aprendo i suoi orizzonti, si trasferisce a Roma per lavoro. È qui che conosce quello che diventerà suo marito e lui le fa una proposta pazza: seguirlo per un semestre sabbatico nella lontana Cina per studiare il cinese.

“Invece di scappare a gambe levate da una persona che sembrava essere sostanzialmente folle, ho accettato e di lì a qualche mese ho preparato una valigia e preso un aereo pronta a vivere un’esperienza che mi avrebbe cambiato la vita anche se in quel momento non lo sapevo.”

Dopo qualche anno, quando la vita si era riassestata in Italia e i due innamorati avevano comprato casa e lavoravano entrambi, è arrivata la proposta concreta di un lavoro in Cina.

“Un giorno mio marito mi chiamò al lavoro dicendomi di aver ricevuto una proposta per una non meglio specificata attività in Cina per un paio di anni. La cosa mi lasciò abbastanza di sasso e fui solo in grado di dirgli di provare a fare il colloquio e di rimandare la nostra eventuale decisione successivamente.”

Il colloquio va bene e a quel punto la scelta non può più essere rimandata. Nonostante qualche dubbio, accettano: la situazione economica in Italia era precaria e due anni non sembravano poi così lunghi. Come spesso succede, i due anni sono diventati sette ed Anna vive ancora in Cina!

“Ad essere onesta, non mi ha mai spaventata l'idea di affrontare un trasferimento del genere né tantomeno il fatto di dover di dover essere io a seguire mio marito. 
Momenti di sconforto, soprattutto nel primo anno, ce ne sono stati molti. Vivevamo a Tangshan, una "non proprio ridente" località a 180 Km da Pechino, una città non propriamente multiculturale, che quasi 7 anni fa non contava una nutrita presenza di stranieri e in cui l'unica possibilità di comunicare era la lingua cinese. Mio marito lavorava tantissimo, era spesso fuori e io ero sola, completamente. Non avevo amici, qualcuno con cui parlare della mia situazione, l'inquinamento non ci dava tregua... insomma, non proprio la situazione paradisiaca che molti potevano immaginare. La Cina è un paese molto bello, che dà tantissimo, ma che, soprattutto all'inizio, si prende anche molto.”

Nonostante le difficoltà, Anna trova una sua dimensione e inizia a lavorare per una scuola di inglese. Nel 2013 nasce la loro bimba e dopo un anno si trasferiscono a Pechino. Lì la vita è decisamente più facile ed Anna trova lavoro in un centro per l’infanzia.

“Le sfide per una donna che decide di seguire il marito sono davvero tante. E spesso, sottovalutate da molti. In genere si viene etichettate come delle privilegiate e si sottovaluta l'impatto che una scelta del genere possa avere. Innanzitutto ci potrebbe essere una perdita di identità. Non riconoscersi più perché, sostanzialmente, non si lasciano dietro solo cose materiali, ma anche tutto ciò che fino a quel momento si era costruito. Famiglia, amici, lavoro. Magari, anche una carriera ben avviata. C'è la perdita della propria indipendenza economica: alle volte potrebbe sembrare strano spendere dei soldi perché li senti come non tuoi, quasi come se non te li fossi guadagnati... A questo aggiungi anche il fatto che, nella maggior parte dei casi, essere una moglie al seguito non ti permette di lavorare. Ci si ritrova spesso sole: il partner ha appena iniziato un nuovo lavoro, è impegnatissimo e spesso non è a casa. Se ci sono bambini, poi, molte volte devi sopperire a un'assenza che non è sempre facile da spiegare (sono due anni consecutivi che mio marito non c'è il giorno del compleanno della nostra bambina). Quello che non viene compreso, nella maggior parte dei casi, è quanto la nostra figura sia di fondamentale importanza quando si intraprende una vita come questa. Vita che, siamo onesti, non ci sarebbe affatto senza il nostro contributo.”

Ed ora il progetto Cincucina, che le permette di fare della cucina, la sua grande passione, un vero e proprio lavoro. Di lavorare con un’amica e di entrare in contatto con moltissime persone, locali e straniere. E di scrivere e presentare un libro!

“Avere un proprio progetto durante la permanenza all’estero, anziché essere solo mamma e moglie, è di fondamentale importanza. È stato un anno rocambolesco e divertente. E spero davvero che il nuovo anno del cane porti con sé ancora più avventure e sfide. Io sono pronta!”

Anna & Anna hanno colto al volo un’occasione presentatasi un po’ per caso e l’hanno sviluppata, rendendosi conto che c’è molta curiosità da parte dei cinesi verso la cucina italiana. Hanno creato un menù semplice, di ricette famose, ma anche casalinghe e regionali (come il tiramisù, il pollo alla cacciatora, lo strudel e le melanzane alla parmigiana). Il loro progetto sta andando molto bene ed auguriamo loro che si sviluppi appieno come sognano! 

Potete contattarle al loro WeChat CinCucina o alla pagina Facebook se volete accaparrarvi un posto alle loro lezioni o comprare il libro di ricette (in inglese e cinese).







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