domenica 11 novembre 2018

L'INQUIETUDINE DEL DRAGO

Oggi esce su Amazon il mio secondo romanzo “L’inquietudine del drago”. Da dove viene lo spunto per questa nuova storia, anch’essa ambientata in Cina? Chi sono i personaggi? Com’è la trama? Ecco per voi una panoramica del mio nuovo libro!




Ci siamo. Dopo due anni dalla pubblicazione di “Prezzemolo & Cilantro”, finalmente il progetto del mio secondo romanzo trova completezza. Da oggi “L’inquietudine del drago” è disponibile, sia in formato ebook che in cartaceo, sullo store di Amazon.

“Può un viaggio cambiare una vita?” 

È la frase che ho scelto per rappresentare il libro. Perché uno dei protagonisti principali è proprio il viaggio: dall’Italia alla Cina e viceversa. Cosa rappresenta il viaggio per i protagonisti? In che modo cambierà la loro esistenza?

Da un lato, il libro riprende le vicende di Emma, l’eroina romantica di “Prezzemolo & cilantro”: la sua tormentata storia d’amore con Shen, che tante lettrici hanno amato, dovrà scontrarsi nuovamente con difficoltà e distanza, proprio in uno dei momenti più delicati per entrambi. 
Emma rientra in Italia per quello che crede un breve periodo, invece le circostanze la costringono  a restare a Milano, ostaggio in una città che non le appartiene più.

Dall’altro, due giovani intraprendono il viaggio dall’Italia a Shanghai, una capitandoci quasi a caso, l’altro con un proposito ben preciso.

Maia insegue il miraggio di un amore e si lancia a capofitto nel viaggio in oriente, senza nemmeno sapere bene quello che l’aspetta. La Cina o Shanghai non rivestono per lei alcun interesse: ciò che le preme - oltre a finire la sua tesi di laurea - è avere la possibilità di trascorrere del tempo da sola col bel professore di economia per il quale ha una cotta.

Peccato che le cose non vadano come lei sogna: il bel professore non mantiene le sue promesse, il suo lavoro di tirocinante si rivela deludente, i colleghi si comportano in modo freddo e poco amichevole. Ciliegina sulla torta, l’appartamento che le hanno messo a disposizione è modesto, sporco e squallido. Ma le sue disavventure non finiscono qui…

Shanghai l’accoglie con spirito ambivalente: ammaliante e caotica, invitante eppur difficile. Mille volte Maia si lascia sedurre, mille altre vorrebbe scappare.

É in uno dei momenti di maggior sconforto, quando vorrebbe davvero gettare la spugna, che conosce Lele, un ragazzo italiano di origine cinese. 

Lele non ha mai messo piede prima nella terra dei suoi avi e affronta la sua dualità culturale con una sorta di inquietudine. Il suo scopo in Cina è ben preciso: vuole trovare i parenti che non ha mai conosciuto, e con i quali la madre ha tagliato i rapporti quando lui era ancora molto piccolo. Shanghai è solo una tappa sul suo percorso e Lele non si lascia irretire dallo scintillio della metropoli: sa come vivere con poco ed è scaltro e ricco d’iniziativa.

Lui e Maia non potrebbero essere più diversi, e forse per questo tra loro scatta quel qualcosa che potrebbe diventare amore… ma il segreto drammatico che Lele scopre riguardo alla sua famiglia è talmente scioccante da togliergli ogni spensieratezza: abbandona Maia e parte per Tianjin, dove lo attende un compito ingrato.

Maia si ritrova nuovamente sola e si lascia trasportare ancora una volta dagli eventi, finendo in un guaio più grande di lei. 

E qui mi fermo, altrimenti rischio di rovinarvi il finale!

Maia e Lele finiranno quest’avventura con una consapevolezza maggiore: scopriranno chi sono e di cosa vogliono. Maia, per la prima volta alle prese con la vita adulta, si renderà conto che ogni scelta, anche quella fatta apparentemente a caso, ha un impatto sul futuro. Lele si riappacificherà con l’incertezza sulla sua identità culturale e imparerà a considerarla un vantaggio, anziché un peso.

Shanghai è una città che ti sfida e mi è piaciuto molto immergermi nelle sue luci sfavillanti e raccontare la storia di due giovani che l’hanno colta.




lunedì 22 ottobre 2018

NUOVO NATO IN CASA CUCINANTO

Tra poco nasce una nuova creatura. Ma non si tratta di un altro bimbo, tranquilli! L’11 novembre prossimo vedrà la luce il mio nuovo romanzo “L’inquietudine del drago”.



Ma come ti è venuta l’idea di scrivere un secondo libro? 

Beh, dopo l’avventura di “Prezzemolo & cilantro”, un romanzo dove ho raccontato la vita delle expat italiane in una città cinese vicino Shanghai, la voglia di continuare è stata forte.

“Prezzemolo & cilantro” è stato un progetto che mi ha impegnata molto: essendo stato auto pubblicato, ho dovuto gestire da sola i mille aspetti che una pubblicazione prevede. Cura del testo, correzioni varie, preparazione del formato di stampa, marketing, presentazioni dal vivo (e che paura per una che non aveva mai parlato in pubblico prima d’allora!).

Non dico che sia stato facile, ho avuto momenti di sconforto e dubbi atroci. Sono conscia che avrei potuto fare di più e meglio. Eppure è stato un successo. Almeno, io lo considero tale. Sono riuscita a far uscire la versione in inglese e quella in cinese è “work in progress”. Ho presentato il libro dal vivo (in italiano e inglese) 17 volte e sono comparsa su giornali, web magazine, blog o radio per 24 volte. Ho venduto più di 850 copie e credo sia un buon traguardo per una scrittrice emergente, di nicchia, e autopubblicata.

La smetto con questo piglio autoreferenziale? Ok, la faccio finita qui. Ma permettetemi, almeno un po,’ di presentare con orgoglio il mio lavoro, dato che tanto tempo e impegno mi è costato (e anche qualche euro, ma per fortuna da quel punto di vista sono andata alla pari!)

Ecco perché ho fortemente voluto un nuovo libro. L’esperienza è stata bella, perché non ripeterla? Senza contare che adesso è tutto più facile: ho dalla mia errori fatti e (alcuni) risolti, ho già sfidato le mie paure e so come domarle, ho molti più contatti rispetto a quando ho iniziato ma, soprattutto, molta più sicurezza.

Scrivere e preparare “L’inquietudine del drago” è stato molto più veloce: l’ispirazione mi vagava nella testa già subito dopo il lancio del primo libro. La storia (sempre ambientata in Cina) ha avuto molto tempo di svilupparsi e stagnare nella mia immaginazione: a novembre 2017 DOVEVO iniziare a scriverla altrimenti sarebbe, come dire, marcita tra le mie sinapsi. Stavolta, prima di iniziare a scrivere, ho buttato giù una dettagliata falsariga della trama e questo mi ha aiutato molto nel momento pratico della stesura, evitando quei momenti di crisi da pagina bianca che tanto spaventano chi crea storie.

Ho affrontato il lavoro com maggior serietà, stabilendo un numero minimo di parole da scrivere ogni giorno. Volevo finire la bozza entro dicembre e così è stato: quattro mesi per buttar giù 69.625 parole, non male! Ho lasciato che il manoscritto sedimentasse durante le feste natalizie e a gennaio l’ho ripreso in mano per correggerlo, rivederlo, tagliare alcune parti (parecchie) ed aggiungerne altre (poche). L’ho lasciato là a maturare ancora un po’ e ho ricominciato il processo da capo, dando contemporaneamente da leggere la bozza a dei lettori beta che hanno scovato errori e refusi ed eventuali buchi nella trama, e a persone “esperte” che mi hanno elargito consigli preziosi su alcuni aspetti specifici della storia e dei personaggi.

Ho poi fatto un’ulteriore correzione grammaticale, passando varie volte il testo con un programma apposito. Ahimè, gli errori che fa anche chi crede di saper scrivere in italiano non sono pochi!

Intanto è arrivata l’estate, che per me significa stop completo delle attività da sedicente scrittrice: vesto i panni della mamma 24/24, sette su sette. E va bene così.

In settembre ero finalmente pronta per lo step successivo: preparare il file per la versione stampata. Devo ammettere che questo passaggio mi terrorizzava: per “Prezzemolo & cilantro” è stato un vero dramma fare la funambola tra dimensioni di carattere, numero di pagine, misura della costa. Con il nuovo libro tutto si è svolto senza intoppi e velocemente, grazie anche ad un meraviglioso programma per scrittori che si chiama Scrivener. Vi dico subito, però, che non sono ancora riuscita ad evitare le vedove, gli orfani, le zoppe e tutti gli spauracchi dello stampatore (non chiedetemi la definizione di queste strane parole specifiche della stampa perché ancora non le so!) ma spero che queste piccole imperfezioni non pregiudicheranno il vostro piacere nel leggere la storia.

Testo e copertina pronte, bisognava solo decidere la data migliore per il lancio, ed io ho scelto l’11.11 (il giorno dei grandi sconti e acquisti online in Cina che, per numeri e dimensioni, fa impallidire il Black Friday). Speriamo che la data mi porti fortuna!

Ho in mente nuove sfide per la promozione: terrò ad esempio un Virtual Book Launch Party su Facebook (e che è sta roba???), una festa virtuale che si svolgerà nella sezione “discussione” di un apposito evento su Facebook. Se siete curiosi, collegatevi sul social e mettete like alla mia pagina, vi terrò aggiornati!

Ma di che tratta il libro? Beh per sapere di questo e di molto altro restate collegati e non scordate la data di uscita: 11.11.18!!! (p.s. però la versione Kindle è già prenotabile sulla pagina Amazon!)



Photo by insung yoon on Unsplash


venerdì 17 agosto 2018

L'ESILIO: ESSERE DONNA EXPAT IN CINA CENTO ANNI FA

Immaginate la Cina del 1880. Immaginate come doveva essere per uno straniero vivere nelle campagne dello Jiangsu in quei tempi lontani. Niente WeChat, niente grattacieli di acciaio e specchi, niente treni proiettile. Povertà, sporcizia e malattie. E il soprannome di “diavolo bianco” sempre appiccicato addosso.


esiliocina
Photo by Ben White on Unsplash


“L’esilio” è un libro scritto nel 1936 da Pearl S. Buck, la famosa scrittrice americana che magistralmente ha raccontato la Cina nelle sue opere, e narra la storia di sua madre, Carie, che fu missionaria in Cina a cavallo tra il dicianovesimo e ventesimo secolo. Biografia che traccia con realismo le tappe della vita di Carie, il libro è anche un appassionante romanzo.

Carie parte per la Cina seguendo il marito Andrew (il padre della Buck, il cui vero nome era Absalom), un missionario totalmente immerso nel suo proselitismo, al quale si lega nella speranza che un giorno Dio le dia un segno, parlando alla sua anima. Questo segno da parte di Dio non arriverà mai, arriveranno anzi momenti bui, numerosi e terribili lutti (perderà quattro dei suoi sette figli in Cina) e tanta solitudine, in quanto il marito sarà sempre in giro nelle campagne cinesi a cercare di convertire fedeli, cieco ai bisogni della famiglia e totalmente assorbito dalla sua missione. La protagonista si dibatte tra la sua educazione presbiteriana, severa e puritana, e il carattere vivace ed allegro, che ama la bellezza. I suoi dubbi religiosi la tormenteranno durante tutto il corso della storia, e questo contrasto la rende un personaggio vivo, umano, attualissimo.

Quello che più mi ha stupefatto nel libro sono i punti di contatto che ho trovato tra  la moglie del missionario, una sorta di sposa accompagnante ante litteram e la mia storia di expat moderna nel Celeste Impero. Non certo le difficoltà della vita quotidiana (leggete questo libro se pensate che vivere nella Cina oggi sia difficile!), ma le sensazioni, i dubbi e le nostalgie che accompagnano la scelta di trascorrere la propria esistenza in un paese così diverso da quello di origine. 

Carie discendeva da una vera famiglia di pionieri americani, arrivati dall’Olanda nel diciannovesimo secolo e stabilitisi in West Virginia. Gente forte, lavoratrice, mossa da un’incrollabile fede nel Signore. La ragazza cresce circondata da foreste, nella linda magione di famiglia dove si produceva tutto in casa e dove, alla sera, genitori e fratelli si riunivano intorno all’organo e cantavano inni gioiosi.

Come si sarà sentita quando, vestita con un semplice abito color tortora (che fu sia abito da viaggio che di nozze, in quanto non si addiceva ad una missionaria sposarsi agghindata con pizzi e merletti) è salita sulla nave che, attraverso il Pacifico, l’avrebbe portata in quello sconosciuto paese che era la Cina?

La prima sensazione è una cocente delusione:

“Avvicinandosi alla Cina si aspettavano di vedere le coste accidentate e pittoresche (…) Ma fu una delusione. Il fiume Yangtse sfociava massiccio e pigro nel mare, e le acque gialle e fangose si distinguevano nettamente dalla chiara acqua marina, con la quale non si mescolavano. Avvistata la terra, a entrambi i fianchi della nave comparvero rive lunghe, fangose. Doveva ella trascorrere la vita in una tarra senza bellezza?” 

E a questo passaggio il mio cuore ha fatto il primo balzo nel petto: quante volte sfrecciando a bordo di un taxi sulle sopraelevate di Suzhou, mi ha colpito come un pugno la bruttezza dei casermoni di cemento squadrati, scrostati, grigi sullo sfondo di un cielo grigio?

Ed alzi la mano chi di voi, amiche expat in Cina, non si è mai sentita così:

“Presto ella cominciò a veder la Cina per quello che realmente era; un gran paese di contraddizioni, dove quanto c’è di più bello nella natura e nella umana condizione, è inestricabilmente mescolato con quanto c’è di più triste. Un complesso di bellezza e di dolore che talvolta stranamente la legava al pese d’adozione, ma che talaltra la costringeva a rifugiarsi in camera sua, presa da un senso profondo di repulsione. Erano quelli i momenti nei quali più sentiva la nostalgia della patria e della casa dei suoi.”

O l’idealizzazione del paese di provenienza…

“Raccontava storie, e insegnò loro a non imitare certe cose che vedevano accadere attorno a sé. Diceva: “Noi non ci comportiamo così! Siamo di un’altra razza!” (…) per i figli di Carie, l’America rimarrà un paese magico, nel quale non sarà necessario far bollire l’acqua prima di berla: e dove mele, pere e pesche possono essere colte dalla pianta, e mangiate tranquillamente, così come sono.”

Ho sorriso quando ho letto questo passaggio, pensando a come, quando torniamo in Italia, ci piace attaccarci con la bocca direttamente al rubinetto e bere a sazietà. Oppure alla gioia di visitare il frutteto degli zii e mangiare prugne e i fichi raccogliendoli direttamente dagli alberi, dolcissimi sotto il sole estivo.

Non è forse difficile, per una mamma italiana, cercare di insegnare ai figli non solo la lingua del proprio paese, ma le tradizioni e la buona educazione così come viene intesa nel Bel Paese?

“L’assillava il pensiero di non riuscire a tirar su i figlioli nel clima morale e intellettuale della patria lontana (…) In un paese nel quale tutto tendeva a dargli un’opinione falsa ed esaltata di sé (non era il primogenito? Non era un maschio?) era difficile inculcargli i doveri di cortesia (…) La servitù lo trattava con deferenza eccessiva (…) tutti influssi contro i quali Carie trovava piuttosto difficile la lotta.”

E, infine, la sensazione di estraneamento dal tuo paese che ti coglie dopo qualche anno di espatrio. Tornare in Italia e sentire drammaticamente che sei cambiato e che nemmeno là puoi considerarti davvero a casa tua. Ormai sei un pesce fuor d'acqua.

“Per ventidue anni aveva vissuto lontano dalla patria; dalla patria che portava tutta nel cuore - la terra più bella, la migliore, benedetta da Dio. Ma la nicchia che in patria era stata sua, ora stava per chiudersi. Durante quei vent’anni, i fratelli e le sorelle avevabo imparato a vivere senza di lei (…) sì, essa aveva lasciato l’America, e l’America s’era dimenticata di lei. Tornandovi — dato che vi fosse mai tornata — per stabilirvisi definitivamene, essa avrebbe dovuto crearsi una nuova nicchia."


La famiglia di Absalom, Carie sulla destra (foto Wikipedia)

Questo splendido libro non è purtroppo più in commercio, come, ahimè, molti altri romanzi della Buck. Ed è un peccato, perché la scrittrice è riuscita a descrivere e comprendere la Cina di quei tempi, pur essendo straniera, e andrebbe letta da chiunque voglia capire la Cina odierna. Lo potete trovare usato su Amazon.it o in qualche fornita biblioteca.



I link Amazon utilizzati sono link di affiliazione. Acquistando tramite i link potrei ricevere una commissione sulla vendita. Questo non influisce sul prezzo del prodotto che acquisti.






martedì 24 luglio 2018

CINA: LA VALIGIA DELL'EXPAT

Ci sono cose che si possono portare in valigia, come il Grana Padano o il caffè. Ed altre che non è possibile portarsi dietro, anche se vorremmo tanto.


Se potessi, oltre alla scorta di cibo che cosa metterei nella mia valigia ogni volta che dall’Italia torno in Cina?


L’IRONIA e l’umorismo. In Cina mancano completamente, come del resto credo in gran parte dell’Asia: il senso dell’umorismo come lo intendiamo noi non appartiene a questa parte di mondo. In valigia mi porterei la battuta sagace, il doppio senso ironico, l’occhiata maliziosa degli italiani. 

Le NUVOLE: cirri, cumuli, stratocumuli e cumulonembi, il cielo italiano possiede una quantità di nuvole soffici, bianche e meravigliose che in Cina mi sogno. E poi il cielo blu: solo da quando vivo a Suzhou mi rendo conto di quanto lo diamo per scontato. Giornate limpide e luminose che noi non notiamo nemmeno, quando invece in Cina un cielo blu diventa immediatamente protagonista di mille foto sui social. Per non parlare dei tramonti rosa!

Il mio angolo di GIARDINO: ecco, è questo.


Mi siedo sul portico a sorseggiare un caffè o un bicchiere di vino (a seconda dell’orario!) e lascio che gli occhi vaghino su questa meravigliosa distesa di colori rilassanti e rinvigorenti. Quanto mi manca quest’angolo quando sono nell'appartamento di Suzhou! 

L’ATMOSFERA di casa mia. Forse perché ce la siamo costruita noi come la volevamo ed è proprio mia, ma l’atmosfera della dimora in madrepatria non ha eguali. In Cina vivo in affitto, in un appartamento che ho scelto con il cervello e non con il cuore. Spesso lo detesto: lì dentro cambierei tutto se potessi. E allora, anche quando sono a casa, mi sento poco a casa. L’atmosfera raccolta, calda, avvolgente del mio nido italiano mi manca molto e vorrei poterla ricreare. Ci riuscirò?

Il frinire dei GRILLI di notte. I grilli nelle campagne del nord est italiano accompagnano le serate con un sottofondo leggero, costante ed ipnotico che concilia il riposo. Le cicale di Suzhou invece fanno un altro verso, più acuto, più rumoroso. Eseguono il loro concerto nei cespugli dell’ampio giardino condominiale dalle cinque del pomeriggio, quando il sole fa nascondino dietro i palazzi e i raggi sono meno intensi. Ma di notte smettono, o almeno io non le sento, dato che vivo al ventiseiesimo piano e d’estate spesso le finestre le teniamo chiuse, perché il caldo ci obbliga a vivere con il condizionatore acceso.

L’amico che è PER SEMPRE. Quelle amicizie che ti ritrovi ogni estate, qualsiasi cosa succeda, e chiacchieri per ore come se ti fossi visto ieri, perché ti conosci da una vita. Nell’esperienza expat gli amici sono drammaticamente destinati a dirti addio: la scadenza di un contratto, un improvviso cambio di città, un nuovo lavoro, un rimpatrio inaspettato. Sono amicizie a tempo determinato e spesso sei cosciente che non ti rivedrai più. Fa soffrire ogni volta, il callo non ce lo si fa. E ogni persona nuova che conosci, sai che sarà solo per un periodo perché, inevitabilmente, presto o tardi vi saluterete.

Ma poi penso, me le porterei davvero tutte queste cose nel mio bagaglio? Non è entusiasmante proprio il fatto che Cina ed Italia sono diverse ed ognuna di loro possiede qualcosa che l’altra non ha? Non è forse questa struggente nostalgia di caratteristiche peculiari, di odori, sapori e panorami che appartengono inestricabilmente ad un luogo o all’altro a rendere la vita dell’expat così poetica e ricca di emozioni?

Questo post fa parte del progetto condiviso “La valigia dell’Expat”, nel quale diverse blogger espatriate nel mondo hanno scritto sullo stesso tema. Ognuna di loro racconta, in maniera ironica oppure informativa, che cosa si sarebbe portata in valigia se solo avesse saputo che… Andate a sbirciare i loro blog!











LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...